11 settembre 2001/11 settembre 2011: New York 10 anni dopo

Set 11th, 2011 | Category: Primo Piano

Dieci anni fa. Correva l’anno 2001, il primo del XXI secolo. Nel 2001 George W. Bush diventa il nuovo presidente degli Stati Uniti, la Apple lancia sul mercato la prima versione dell’iPod e viene immessa in rete Wikipedia, l’enciclopedia libera. Un po’ ovunque si fa un gran parlare di Moneta Unica Europea, del via libera della Gran Bretagna alla clonazione di embrioni umani a fini terapeutici e della legge che in Olanda legalizza l’eutanasia. Contraddizioni a parte, una vita fa. Era questo nel mondo il tanto e lungamente atteso inizio del III millennio, tra infantili emozioni e rosee aspettative per il futuro. Poi l’11 settembre. E la storia cambia come non ti aspetti. Nessuno di noi ricorda cosa stesse facendo il giorno prima, una settimana dopo, uno qualsiasi dei 365 giorni di quell’anno, di quelli precedenti o di quelli successivi. Ognuno di noi ricorda però anche la più piccola azione compiuta in quel tiepido pomeriggio di fine estate. Quattro voli, quattro dirottamenti. I primi due abbattono le Twin Towers, le torri del World Trade Center di New York. Il terzo cade sul Pentagono. Il quarto, diretto a Washington, si schianta in un campo nei pressi di Shanksville in Pennsylvania. 2983 morti e il resto è fuoco, dolore, polvere e storia.

Il più grande attentato terroristico di tutti i tempi. “Siamo tutti Americani” titolava a poche ore dal dramma il francese “Le Monde”. Poi ci furono la guerra in Iraq, le bugie su Saddam Hussein  e gli abusi contro i diritti umani ad Abu Graib, e i molti errori commessi portarono il mondo a volgere lo sguardo altrove eppure, a distanza di 10 anni, quella tragedia è ancora una guerra di tutti, contro la paura prima ancora che contro il terrorismo. Oggi come allora sono scolpiti nella memoria gli interminabili minuti e le lunghissime ore in cui non si poteva né voleva fare altro se non restare incollati al televisore, impotenti e con gli occhi lucidi, cercando di dare un senso alle immagini, alle macerie che soffocavano le urla dei sopravvissuti e quelle di chi cercava i superstiti, e all’irrazionale e cieca fede in un ideale che portava con sé morte e distruzione. Osama Bin Laden era il nuovo nemico pubblico numero 1, l’attentatore alla libertà dell’uomo, uomo lui stesso, portatore di nuove e incomprensibili verità chiamate fondamentalismo islamico.

“Ricordiamo che l’11 settembre nelle Torri Gemelle morirono cittadini di 90 nazioni. Che da allora il terrorismo ha fatto stragi in ogni parte del mondo. Citiamo il meno possibile Al Qaeda”. Questi sono stati i consigli divulgati dalla Casa Bianca su come celebrare il decimo anniversario della strage che non fu solo tragedia americana ma fardello della collettività. Ieri è stato inaugurato il “Reflecting Absence”, o 9/11 Memorial, realizzato dall’israeliano Michael Arad e dall’americano Peter Walker. Due piscine gemelle pensate con l’intento di riempire il vuoto profondo e assordante lasciato dieci anni fa dalle Twin Towers in cui si riflette l’assenza delle 2983 persone rimaste uccise quel giorno. Intorno vere e proprie cascate, le più grandi mai realizzate artificialmente nel nord America, custodiscono due placche di bronzo con i nomi delle vittime protette da 400 alberi, anzi 399 più uno, l’unico sopravvissuto alla devastazione di quel giorno infernale di metà settembre. Intorno un mare di persone. E poi il discorso di Obama, la presenza dell’allora presidente George W. Bush e la cerimonia a Ground Zero volutamente laica per non ricalcare lo spirito da crociata religiosa dei giorni immediatamente dopo la catastrofe.

La verità, celebrazioni e grandi progetti a parte, è che dieci anni fa quasi 3000 vite cessavano d’esistere; le strade di New York, immense, enormi, contenevano solo angoscia e macerie; due grattacieli, trionfo indistruttibile dell’edilizia moderna, si sbriciolavano senza un perché all’impatto con due aerei dirottati da una remota e incomprensibile forma di libero arbitrio. Molto si perse quel giorno nella disperazione globale, eppure un piccolo albero sotterrato dalle macerie è sopravvissuto fino ad oggi per far sì che non si dimentichi, che la speranza, quella vera, quella che non crolla al suolo perché non è fatta di acciaio, vetro e cemento armato è quella che vive nei cuori, nel ricordo di quel giorno e anche lì, nel deserto di Ground Zero, tra le gru, le contraddizioni e il silenzio di quei 6 chilometri quadrati.