A 23 anni dalla strage di Piazza Tienanmen il governo cinese sceglie di non ricordare

Giu 11th, 2012 | Category: Esteri, Primo Piano

Sono trascorsi 23 anni da quando il “Rivoltoso sconosciuto”, l’anonimo giovane la cui immagine commosse il mondo, si pose innanzi ad una colonna di carri armati, salì sul primo e spiegò le sue ragioni al soldato che guidava il mezzo da guerra. Era il 1989 e studenti e intellettuali cinesi cercavano di cambiare il loro paese, mentre in Europa crollavano i regimi comunisti e, con essi solo 6 mesi dopo, il muro di Berlino.

Quella foto – nella sua versione più conosciuta, scattata da Jeff Widener dal sesto piano di un hotel che dava sulla piazza – divenne il simbolo della rivolta di Piazza Tienanmen e di tutte le proteste pacifiche contro i regimi. Un simbolo, elemento tra i pochi noti, di quella strage.

Di fatti a più di 20 anni da quei giorni – le manifestazioni iniziarono pacificamente il 15 aprile dopo la morte del riformista Hu Yaobang e culminarono nella carneficina ordinata dal presidente della commissione militare Deng Xiaoping la notte tra il 3 e il 4 giugno – le autorità cinesi si rifiutano di rendere noto il numero delle vittime e di rilasciare alcuni degli arrestati per aver preso parte a quegli eventi.

Proprio per fare chiarezza su questi elementi e per spezzare una lancia in favore della scarcerazione dei manifestanti si è mosso nel giorno dell’anniversario il Dipartimento di Stato americano. L’appello è arrivato per bocca del portavoce Mark Toner: “Pechino dovrebbe rendere noto pubblicamente il bilancio delle vittime, dei dispersi e dei detenuti e mettere fine alle pressioni esercitate sulle famiglie dei dimostranti” ha dichiarato, continuando sollecitando le autorità cinesi a rilasciare “coloro che sono ancora incarcerati per la loro partecipazione”.

Appello poco gradito dal governo di Pechino, che il ministro degli esteri ha definito “fortemente infastidito” dall’ingerenza statunitense.

Del resto in questi 23 anni non molti passi avanti sono stati compiuti in Cina: repressione e censura sono all’ordine del giorno e proprio le celebrazioni di quello che ancora viene definito “incidente” di Piazza Tienanmen lo dimostrano chiaramente.

Sono state le stesse autorità, secondo quanto riportato dal South China Morning Post – quotidiano di Hong Kong – a definire le misure adottate come “da tempo di guerra”. Attivisti e dissidenti sono stati messi agli arresti domiciliari o costretti a lasciare Pechino, molti siti di microblogging cinesi sono stati disattivati e anche twittare è stato reso impossibile.

Ma non solo, la scure della censura si è abbattuta anche sulle emoticons commemorative: le candele animate che si consumavano nelle pagine internet come simbolo dello spegnimento di centinaia di vite umane e i caratteri cinesi che si usano per indicare la candela sono stati inseriti tra quelli sensibili così come i numeri 4, 6 e 23, rimosse anche tutte le foto degli orologi fermi che indicavano l’ora esatta della mattanza messa in atto dall’esercito quella notte.

Impossibile postare la frase “per non dimenticare”. Eloquente non detto: il governo ha scelto l’oblio.

 

Maria Francesca Licata