“Free Pussy Riot”: l’appello del mondo occidentale a Putin e alla gerarchia ortodossa russa

Ago 27th, 2012 | Category: Esteri

Il 17 agosto è stato emesso il verdetto sul caso delle Pussy Riot, un trio di musica punk-rock russo tutto al femminile, accusato di aver commesso il reato di “vandalismo per motivi di odio religioso” per aver intonato canzoni contro il presidente Putin lo scorso febbraio nella principale cattedrale ortodossa di Mosca, quella del Cristo Salvatore.

Le donne sono state condannate a due anni di reclusione (inizialmente ne vennero chiesti prima sette, poi tre), nonostante le continue e repentine richieste di scarcerazione immediata da parte di cittadini di tutto il mondo e rappresentanti del mondo della musica.

La location scelta da Maria Alekhina, Ekaterina Samusevich e Nadezhda Tolokonnikova, in arte le Pussy Riot, rappresenta l’icona della da poco ritrovata fede ortodossa e l’evento pare abbia scosso notevolmente l’opinione pubblica e quella, in primis, dei rappresentanti degli ortodossi russi. Il gruppo femminista decise di intonare in quell’occasione una “preghiera punk” contro Putin, il cui titolo già conteneva intenzioni chiare e precise: “Vergine Maria liberaci da Putin”. Le donne sono state subito arrestate secondo quanto richiesto dall’accusa che giudicava alta la gravità del crimine commesso, per cui poteva consistere una possibilità di fuga. Sei mesi di reclusione in attesa dell’udienza preliminare (fissata per l’11 luglio), un periodo di tempo apparentemente ragionevole per consentire anche alla difesa di prepararsi a dovere con la documentazione a disposizione per il processo. Il sito di Amnesty dichiara, al contrario, che gli avvocati difensori hanno obiettato la mancanza di tempo a disposizione per consultare il fascicolo del caso (che consta di circa 3000 pagine e dieci ore di registrazione video): il tribunale distrettuale di Taganskii ha stabilito il 9 luglio come termine ultimo entro il quale la difesa avrebbe potuto accedere al materiale (disponibile solo per tre o quattro ore al giorno, prima che questo venisse riportato nel centro di custodia cautelare). La seconda parte dell’udienza del 23 luglio nuovamente non si poneva a favore della difesa, che si vedeva negato il diritto di ricorrere a ulteriori indagini, testimoni ed esperti di linguistica e psicologia per stabilire se realmente il testo in questione potesse incitare all’odio religioso. Le condizioni nel carcere in cui le donne sono detenute sono al limite della violazione dei diritti umani. I pasti vengono loro negati finanche a dodici ore e non è concesso loro di dormire più di quattro ore a notte: non possono avere nemmeno contatti con le loro famiglie e i loro cari.

Le Pussy Riot fanno sapere che il loro voleva essere solo un tentativo di cambiare il sistema politico, una volontà tesa a manifestare un’insofferenza popolare: l’offesa alla religione e a chiunque la professi era assente nelle loro intenzioni e in virtù di questo sono pronte a scusarsi sul piano etico e ad ammettere che il “palco” scelto per l’occasione forse non era uno dei più adatti.

Subito in Occidente si è scatenata la “gara di solidarietà” tra il mondo dello spettacolo, soprattutto in quello della musica, e l’opinione pubblica. Red Hot Chili Peppers, Sting, Franz Ferdinand e persino Madonna chiedono la scarcerazione della band, sebbene i loro moniti pare non abbiano alcuna influenza sul mondo politico russo: addirittura il vicepremier nazionalista del Cremlino, Dimitrij Rogozin, non ha per nulla gradito l’appello di Mrs Ciccone affermando con toni rudi e lapidari che “ogni puttana a una certa età tende a dare lezioni di morale”. In questi ultimi giorni ha stupito il comportamento da “voltagabbana” del cantautore inglese Sting, il quale ha accettato di esibirsi (dietro un lauto compenso) al compleanno della sorella del tanto contestato Putin, festeggiato nella villa in Costa Smeralda del ricco imprenditore russo Alisher Usmanov. Fortunatamente, perso Sting, le Pussy Riot hanno comunque guadagnato il sostegno di un altro grande nome, l’ex campione russo di scacchi Garry Kasparov. L’uomo ha partecipato a una delle innumerevoli manifestazioni a sostegno delle Pussy Riot e tale partecipazione può costargli fino a cinque anni di carcere, in quanto pare abbia dato un morso a un agente di polizia durante la manifestazione fuori dal tribunale moscovita di Khamovnichevsky (mentre si stava svolgendo il processo al trio).

Kasparov, da sempre militante nei movimenti anti-Putin, dapprima era stato trattenuto con un’accusa formale (gli altri partecipanti sono stati invece accusati di violazione dell’ordine pubblico e altri reati), in attesa di un altro interrogatorio: una volta formulato tale capo d’accusa, Kasparov ha dichiarato la sua innocenza, sostenendo di avere dato spiegazioni in merito annesse a un video.

Il mondo è indignato, il mondo occidentale s’intende: perché quello ortodosso spiega orgoglioso e perentorio che si sta cercando di tutelare la tradizione e, nel momento in cui una legge viene infranta, bisogna pagarne le conseguenze. Per i “fondamentalisti” ortodossi è incomprensibile la reazione di questo mondo occidentale, che ha aperto le porte alla modernità forse fin troppo, persino quelle dei luoghi a esso sacri, causando l’inevitabile entrata di elementi profani.

L’episodio sembra quasi essere uno dei tanti spunti per riportare a galla vecchi sentimenti da “guerra fredda”, ormai sepolti ma, probabilmente, ancora vivi e accesi. Spunti per contrapporre il ligio buon senso tradizionalista, che punisce gli oppressori in nome della fede e della legge, al bieco modernismo di un Occidente devastato dalla sordida era contemporanea con i suoi vizi e il suo libertinismo.

Ma oltre ogni ideologia c’è una questione etica, morale e soprattutto logica di base: tre donne rimarranno in carcere ancora due anni per aver voluto manifestare il proprio pensiero contro il governo vigente, in uno stato apparentemente laico. Esse stesse hanno ammesso l’inadeguatezza del posto scelto per la propria performance e sono pronte a assumersi ogni responsabilità civile e morale per questo: ma una canzone satirica, mezzo di libero pensiero, non può valere la libertà di tre esseri umani. Risulta interessante conoscere la scala del grado di pericolosità, per giudicare tale un atto, utilizzato dal governo moscovita: un trio femminista che chiede con una canzone di liberare la Russia da Putin deve sicuramente essere più pericoloso di tutti quegli adolescenti russi, dei quali puntualmente ci giunge notizia. Di quelli con l’hobby di cucinare coetanei adescati in chat, uccidendoli e facendoli a pezzi per l’occasione oppure di quegli altri che seviziano e uccidono cuccioli per farne poi servizi fotografici.

Un paese come tanti, come il nostro, che perde tempo dietro a eventi di poco conto costruendone attorno casi sensazionalistici da dare in pasto ai media di tutto il mondo, senza guardarsi dentro e accorgersi della pericolosità insita nel proprio sistema e nella vita quotidiana, apparentemente normale, della sua popolazione.

 

 

 

Ilaria Sgrò