Il Dalai Lama contro Pechino: “Genocidio culturale sul tetto del mondo”

Nov 14th, 2011 | Category: Esteri

Lo scorso 7 novembre, durante una
conferenza stampa tenutasi a Tokyo,
il leader spirituale dei buddisti tibetani
non ha usato mezze parole per
accusare la Cina e il suo governo di
essere responsabile della morte di 11
tra monaci e suore.
Secondo il Dalai Lama, in esilio
ormai dal 1959, la responsabilità
dell’exploit di “auto-immolazioni”
nel sud-ovest della Cina è da attribuire
alla linea dura adottata da Pechino.
La provincia tibetana dello Sichuan,
che chiede l’indipendenza e il ritorno
del Dalai Lama, è lo scenario di un
copione che da marzo, mese della
prima immolazione di un giovane monaco nel monastero di Kirti, si
ripete sempre uguale: suore e monaci
che si cospargono di benzina e si
danno fuoco urlando slogan in favore
dell’indipendenza e del ritorno del
loro capo di fronte ad un pubblico
“tenuto a bada” dalla polizia cinese.
L’ultimo caso, avvenuto pochi giorni
prima la conferenza stampa nella
prefettura di Ganzi, ha avuto come
protagonista una giovane monaca:
Qiu Xiang.
La risposta di Pechino alle accuse del
Dalai Lama, naturalmente, non si è
fatta attendere.
Il governo ha inviato nella regione
qualcosa come 20.000 agenti per la
“rieducazione” del popolo della
regione, che hanno iniziato a distribuire
foto dei leader cinesi e bandiere
rosse a cinque stelle casa per casa.
Lo scopo, dunque, è sempre lo stesso.
Quello della rieducazione per convincere
gli abitanti del Tibet di essere
cinesi.
È dal 1950, anno in cui la Cina invase
il Tibet violando apertamente la legge
internazionale, che il governo porta
avanti una vera e propria politica di
colonizzazione della regione, mirata
a rendere gli abitanti una minoranza
(obbiettivo raggiunto: oggi i coloni
cinesi sono sette milioni e mezzo
contro i 6 milioni di nativi) e cancellare
ogni traccia della cultura e della
lingua tibetana.
È stato però il giro di vite attuato nel
2008, culminato con il controllo
militare dei monasteri e con l’arresto
di molti religiosi, che a detta del
premio Nobel e leader spirituale ha
causato questo susseguirsi di atti
suicidi come segno di rifiuto del
regime e di una sempre più forte
rassegnazione e frustrazione della
popolazione.
“Questi episodi tristi sono successi a
causa di questa situazione disperata”
ha dichiarato il monaco.
Da Pechino però, la responsabilità di
questa carneficina è attribuita proprio
al Dalai Lama e alla sua cricca, che
appoggiati da potenze straniere,
incitano i giovani religiosi a compiere
atti contrari alla loro stessa religione.
Il buddismo, infatti, precetta di trattenersi
dalla distruzione della vita,
compresa la propria, tuttavia a
differenza di altre religioni occidentali
non condanna il suicidio ma ne
annuncia le ragioni. Motivo questo
che rende il suicidio d’onore accettabile.
Il Dalai Lama stesso, pur ribadendo
la totale condivisione dei principi
della non violenza, ha affermato di
non poter condannare chi si fa
prendere dallo sconforto.
Un continuo lanciarsi la palla a vicenda
che sicuramente non fermerà il
sacrificio dei giovani tibetani.