Ingrid De Kok, Mappe del corpo

Apr 22nd, 2013 | Category: Cultura

Nella tradizione letteraria africana inizia molto tempo fa con i racconti orali dei Griot, intellettuali africani che diffondevano il sapere attraverso le parole, durante i secoli trascorsi dalle prime colonizzazioni, è necessario riconoscere un’identità culturale. La mia intenzione è di farla conoscere ai lettori italiani e nello specifico quella della migrazione, rilevando quali aspetti siano caratteristici di questo filone, studiato negli ultimi decenni dalle Università italiane ed europee.

Il primo personaggio che vorrei presentare è, Ingrid de Kok nata nel 1951 a  Stilfontein. All’età di dodici anni, si trasferisce con la famiglia a Johannesburg. Nel 1977 emigra in Canada, dove vive fino al suo ritorno in sud Africa nel 1984.

Pubblicato nel 2008 da Donzelli editore, “Mappe del corpo” è uno splendido resoconto poetico della vita dell’autrice e dei suoi connazionali, costretti da anni a segregazione e umiliazioni. Usciti da questo processo lento e doloroso, l’epoca post-coloniale si apre con la speranza della riacquisizione della intrinseca  identità culturale.

Ogni verso è scandito da un ricordo necessario per superare il dolore, quello di un’intera popolazione oppressa dall’apartheid equello tutto personale di Ingrid De Kok l’autrice cresciuta lontano dalla brutalità della segregazione razziale in Sudafrica, che ha comunque vissuto con intenso rammarico le vicende che hanno tormentato la sua terra, lavorando attivamente nel movimento anti-apartheid. Con la sua poesia richiama tempi lontani che si riverberano nel presente come non mai. Un memorandum per non ricadere nell’errore.

La cultura africana, molto spesso soppiantata da quella europea, èin cammino per giungere solo oggi, nel XXI secolo, alla consapevolezza della riappropriazione identitaria.

Molte autrici come Ingrid De Kok, hanno trattato questa tematica,ma lei è esempio lampante del bisogno personale e generale di una riqualificazione nella società odierna, che per troppo tempo ha tagliato fuori quella africana, rendendola periferica e poco conosciuta.

 

Michela Bambini