L’ultimo saluto a Carlo Fruttero

Gen 23rd, 2012 | Category: Cultura

È stato uno dei più grandi autori del Novecento, Carlo Fruttero, classe 1926, giallista torinese con la passione per la Juventus e l’avversione mai celata per i circoli intellettuali, quelli che a suo dire avevano la presunzione di essere l’ombelico del mondo, quelli che “emanano un’arietta da club con la cravatta d’ordinanza”. Pungente, sagace, ironico, geniale. Quello del duo F&L, quello della “ditta”. Sono stati celebrati venerdì i funerali di uno dei più creativi autori del nostro tempo che ha scelto di essere sepolto a Castiglione della Pescaia, accanto al suo vecchio compagno di scrivania, Italo Calvino. Della sua vita, anzi della sua morte, ne parlava con fare divertito, in casa con la famiglia o in televisione con Fazio e Saviano. «Passati gli ottant’anni nessuno osa più scrivere di te “il vecchio Fruttero”, ancora meno “l’anziano Fruttero”. Così si passa a un sinonimo lusinghiero “il grandissimo Fruttero”, che qui saluta e lascia la scena col suo più bel sorriso».

Tanto allergico ai luoghi comuni e alle banali convenzioni, del suo necrologio diceva “meglio tenersi sullo strigato, costa meno”. Traduttore, giornalista, saggista, curatore di collane, scrittore di febbrile creatività incuriosito dal mondo, penna sobria in mezzo a un tripudio di eccentricità, perfetta metà di un sodalizio durato quasi 50 anni e interrottosi bruscamente quattro anni fa con la morte di Franco Lucentini. Della loro amicizia iniziata nei bistrot parigini erano soliti dire che a renderla tanto solida fossero i “comuni disinteressi”. Non è semplice perciò parlare di Fruttero senza parlare di Lucentini, dal lavoro in Einaudi, alla direzione della collana di fantascienza Urania nel ’62. Lo sguardo incuriosito sulla società, la ricerca e la sperimentazione stilistica li porta alla scoperta di quel genere che è la fantascienza, genere tanto disdegnato da Giulio Einaudi e Calvino, e che acquista piena leggitimità solo dopo la publicazione nel 1959 de Le meraviglie del possibile. È del 1972 invece il primo giallo a quattro mani La donna della domenica sullo sfondo di una Torino, quella dei primi anni ’70, austera, con le atmosfere buie delle città sospese in un tempo indefinito dove il perbenismo si contamina con la trasgressione. Poi è la volta de Il palio delle contrade morte, A che punto è la notte, L’amante senza fissa dimora, La prevalenza del cretino e di un’altra ventina di titoli ad opera della premiata ditta F&L.

Dopo la morte della moglie e della sua metà creativa si era trasferito a Castiglione della Pescaia perché quel tratto di Maremma lo aveva conquistato, fumava Gauloise e scriveva, e quando non poteva dettava alla figlia i suoi guizzi creativi perché se avesse smesso di fumare avrebbe smesso di scrivere, diceva, e quindi di vivere. Era stata la figlia Carlotta a scrivere per lui Genesi una filastrocca onirica in cui immagina un Dio che dopo aver provveduto a creare l’essenziale scopre alcune grossolane lacune della sua opera e si affretta riparare inventando parecchie cosette tra cui giungle, liquirizia e marijuana. Il suo stile impeccabile dall’architettura solida e pulita risultato della formazione linguistica, quella fluidità affinata attraverso l’intensa attività di traduttore di autori notevoli come Nathanael West, Samuel Beckett, Ralph Ellison, J.D. Salinger lo ha reso negli anni l’autore dei mezzi toni, l’esatta metà del filosofico Lucentini. La ditta F&L era un’azienda rodata dove ognuno aveva un ruolo, delle competenze e un peso specifico. Lo hanno fatto per una vita, scrivere mossi dalla stessa passione, creare spinti dalla stessa intenzione. Anche se diceva F. di F&L «Eravamo in due e per la critica è impossibile scrivere a quattro mani. In due al massimo si può essere degli astuti mestieranti che lavorano a scopo di lucro, ma l’ispirazione dev’essere unica».

 

Eleonora Cianfrini