Saudite al volante contro le ingiustizie

Giu 27th, 2011 | Category: Esteri

“Permettere a una donna di guidare significherebbe provocare un miscuglio di generi che metterebbe la donna in serio pericolo e porterebbe caos sociale”,così recita la fatwa che dal 1991 vieta alle donne islamiche di mettersi al volante. Una privazione, quella della guida, che oltre a creare una forte disparità tra i due sessi, si è rivelata soprattutto in quest’ultimo periodo, marcato da un forte aumento della disoccupazione, molto dispendiosa per le famiglie, impossibilitate a permettersi un autista che accompagni le mogli e le madri nelle commissioni giornaliere. Ma prorio la scorsa settimana le donne di Riad, di Jedda, di Khobar hanno risposto in maniera coesa e partecipata all’appello Women2Drive, lanciato dalle attiviste saudite su Twitter e Facebook, che invitava le donne ad infrangere questo tabù imposto dal governo e mettersi al volante delle proprie automobili documentando il tutto su internet. Tante le coraggiose attiviste velate che nei giorni scorsi hanno premuto l’acceleratore sfidando sanzioni e arresti, come quello toccato a Manal Sherif, la trentaduenne di cui si è persa ogni notizia, che il 22 Maggio scorso fu arrestata per aver “postato” su internet un video che la ritraeva mentre scorrazzava a bordo del proprio veicolo nella parte est della città di Khobar. Il trattamento eccessivo riservato alla donna, servì da miccia per accendere la rivoluzione “rosa” che sta avendo luogo. Anche in questa occasione, come lo è stato per le rivolte in Tunisia e in Egitto e per il movimento degli Indignados in Europa, un ruolo importante è stato rivestito dai social network, che hanno funto da veicolo di comunicazione tra le tante attiviste islamiche facendo conoscere questo movimento anche al mondo occidentale.

Malgrado gli stereotipi le dipingano come delle subdole arpie rivali tra loro, ciò che lascia sempre a  bocca aperta è l’originalità, il cameratismo e la determinazione che le donne dimostrano ogni qualvolta siano chiamate a battersi per i propri diritti.

Sarà perché ancora in Italia risuona forte l’eco del  “Se non ora quando!” intonato da migliaia di femmine in piazza in nome del rispetto per il proprio corpo, per il proprio lavoro e per la propria persona, che ci fa sentire così vicini alle attiviste saudite. Quello che accomuna un po’ le donne dell’est e dell’ovest del mondo, in realtà è sempre stato il silenzio. Fin dalla notte dei tempi, le donne sono sempre state abituate a chiedere “permesso”per entrare in società, e a  fare tutto in punta dei piedi: il lavoro, la casa, i figli, le più (s)fortunate i mariti. Questo accade anche oggi in un’Italia cattolica mediamente istruita, così come in un Paese del Medio Oriente dove le mogli, le madri, le figlie devono sottostare a leggi di matrice religiosa che limitano radicalmente le loro libertà, con un’ unica differenza dalle occidentali: a queste donne  il silenzio è  stato imposto.