“Storia di mio padre”, lettere e memorie del presidente Eni Gabriele Cagliari

Mar 20th, 2018 | Category: Cultura

A 25 anni dal suicidio del presidente dell’Eni Gabriele Cagliari, suo figlio Stefano ha raccolto in un libro le lettere inviate da San Vittore. “Storia di mio padre”, con la prefazione di Gherardo Colombo, è anche un modo di riflettere su tangentopoli da un punto di vista diverso. E una presentazione si è svolta all’Auditorium Parco della Musica, dove insieme all’autore sono intervenuti Costanza Rizzacasa d’Orsogna, Pierluigi Battista e Vinicio Marchioni.  Nelle parole di Gabriele Cagliari non vi è mai la negazione del “regime” fondato sul finanziamento illecito dei partiti. Il dirigente d’azienda, laureato al Politecnico di Milano e designato ai vertici dell’Eni dal Psi di Bettino Craxi, non pretende indulgenze né salvacondotti: implora soltanto una giustizia giusta.  Con il passare dei mesi, la condizione di “condannato preventivo”, illegittimamente trattenuto dietro le sbarre, diventa insostenibile. “Abbiamo fatto troppe cose senza accorgerci che la rete non c’era più e non possiamo illuderci di non dover pagare almeno un poco – scrive in una missiva del 4 maggio 1993 – Certo, possiamo pretendere di non dover difenderci davanti a tribunali speciali, come sembra essere questa magistratura di Milano, in particolare, che mi tiene qui in violazione di ben chiare leggi dello stato, al solo scopo di farmi rivelare chissà quali segreti segreti. E poi perché qualche contenuto simbolico e politico la mia immagine, pure distrutta come l’hanno voluta, ancora ce l’ha e questo serve al supporto che la piazza continua a dare a questi giudici. Certamente meritevoli e coraggiosi ma anche ambiziosi di potere e di gloria”. E’ costante la denuncia di una “giustizia inetta e assente fino a ieri, prevaricatrice e prepotente oggi che interpreta i codici con l’approccio dei secoli bui prebeccariani”. La propaggine osservabile di tale dissesto si materializza nel degrado del sistema penitenziario: “Ci trattano veramente come non-persone, come cani ricacciati ogni volta al canile”. E’ inappellabile la protesta contro la gogna pubblica: “I media hanno sostituito i partiti come propositori di obiettivi sociali e si portano dietro l’opinione pubblica che ha idealizzato la questione morale e la criminalizzazione della politica, affidando ai giudici di rimettere le cose a posto nello stato, nel governo, nella società”. E’ sincera la preoccupazione per la “crescita del potere della magistratura”, per i “rivoluzionari in tocco e toga” che, come si legge in una lettera del 26 giugno, “sono decisi ad andare avanti. Adesso attaccano il settore farmaceutico e quello delle frequenze dei canali tv. Poi si rivolgeranno al settore armamenti e difesa, alle banche, ai giornali e così via” fino all’instaurazione di uno ‘stato di polizia governato dai magistrati”. Sullo sfondo fanno capolino la nostalgia incolmabile per la famiglia, il dolore per il figlio Stefano rimasto prematuramente vedovo con un bambino piccolo, il legame indissolubile con Bruna (“anima della mia anima, unico grandissimo amore”, così si rivolge a lei nell’ultima lettera, datata 10 luglio 1993, prima del suicidio). “Il carcere e i suoi problemi, la sua gestione paradossale, sono argomenti che devono interessare la gente: il mondo non è fatto di buoni e cattivi; tutti possiamo essere a volte cattivi, anche se siamo normalmente buoni”, scrive Gabriele Cagliari. Il 20 luglio 1993, dopo l’ennesimo tentativo di scarcerazione fallito, egli sarà ritrovato morto nelle docce di San Vittore con un sacchetto di plastica in testa. A togliergli il fiato, a restituirgli la libertà.

 

Rosamaria Mollica