Un punto di svolta nella crisi del capitalismo mondiale

Ago 29th, 2011 | Category: Economia

Il declassamento del rating degli Stati Uniti – cioè del punteggio che esprime l’affidabilità del debito pubblico americano – sta a significare che il 5 agosto 2011 sarà ricordato come uno dei punti chiave nella crisi storica del capitalismo americano e mondiale, insieme al 15 settembre 2008, il giorno del crollo della grande banca d’affari Lehman Brothers che generò la recessione ancora in atto, e al 15 agosto 1971, giorno in cui il presidente Nixon comunicò la decisione di “sganciare” il dollaro dalla convertibilità con l’oro. Queste tre date sono legate da una catena causale di eventi che registra il declino storico del capitalismo americano, e con esso dell’intero ordine capitalistico occidentale.

I motivi che hanno generato il downgrade dei titoli del tesoro americano da parte dell’agenzia di rating Standard and Poor’s sono chiaramente riconducibili, secondo quanto espresso dalla stessa agenzia, all’insoddisfazione per l’entità dei tagli al Medicare e ad altri programmi di sicurezza e previdenza sociale. Il downgrade è stato seguito da un bagno di sangue sui mercati azionari di tutto il globo, soprattutto a danno dei titoli bancari, fomentato dalle voci – provenienti da alcuni ambienti finanziari – che davano per certo il declassamento del debito pubblico di altri Paesi, Francia compresa. In più, la decisione dello US Federal Reserve Board – organo di governo della Banca Centrale Americana – di estendere la sua politica di bassi tassi di interesse per almeno altri due anni, è una palese ammissione di sconfitta, e non vi è alcuna prospettiva per un “recupero” dell’economia americana a breve termine.

Alla base dell’attuale caos dei “mercati” vi è – innegabilmente – il declino protratto e irreversibile del potere economico degli Stati Uniti, che hanno svolto il ruolo fondamentale di stabilizzatore del capitalismo occidentale dopo la seconda guerra mondiale; ma il declino degli Stati Uniti non è altro che  un’espressione concentrata della crisi dell’ordine capitalista mondiale.

Il primo indizio di una crisi del sistema governato dagli Stati Uniti apparve esattamente quarant’anni fa, quando il presidente Nixon parlò in televisione per annunciare al mondo che l’America non avrebbe più onorato i suoi impegni nel quadro degli accordi di Bretton Woods del 1944, rifiutando da quel momento di scambiare i bigliettoni verdi con l’oro depositato nei forzieri della Federal Reserve (Fed), al prezzo di 35 dollari l’oncia.

La decisione mandò in frantumi il sistema di scambi a valuta fissa che aveva giocato un ruolo decisivo nel rilancio del commercio e degli investimenti nel dopoguerra. In condizioni in cui il dollaro aveva effettivamente funzionato come moneta di riserva e di scambi a livello mondiale, il suo deflusso dagli Stati Uniti fu ovviamente di gran lunga superiore alle sue scorte d’oro, minando di fatto, ben prima del 1971, le fondamenta del sistema di Bretton Woods – l’impegno americano di scambiare dollari con l’oro.

La rimozione del supporto dell’oro, del resto, non ha posto fine al ruolo del dollaro come valuta di riserva globale. Ma voleva dire che il sistema monetario internazionale aveva perso il suo ancoraggio e sarebbe diventato sempre più “volatile”; e l’instabilità si è riflessa in una serie infinita di tempeste finanziarie: il crollo del dollaro USA nel 1979, che portò all’istituzione di rialzi record dei tassi di interesse, la crisi del debito latino-americano dei primi anni ’80, il crollo dei mercati finanziari dell’ottobre 1987, ecc…

E proprio in risposta al crollo del 1987, il neo-capo della Federal Reserve Alan Greenspan istituì quelle folli e ideologiche politiche di intervento che avrebbe caratterizzato le successive decisioni per la cura di tutte le crisi finanziarie, fino ai giorni nostri, con l’apertura dei rubinetti del credito della banca centrale per fornire denaro a buon mercato alle grandi banche e istituzioni finanziarie sull’orlo del baratro. Questa politica ha favorito la crescita dell’economia degli Stati Uniti nei successivi vent’anni attraverso la promozione di forme sempre più parassitarie di accumulazione di ricchezza, grazie alla speculazione finanziaria selvaggia.

Il capitalismo statunitense era salito a livello di preminenza mondiale sulla base della produzione industriale e dei grandi progressi nel campo della produttività del lavoro. Ma negli ultimi trent’anni, in corrispondenza con l’ascesa al potere dei grandi politici espressione dell’ideologia neo-liberista, l’industria veniva distrutta e “delocalizzata” nei Paesi a basso costo di manodopera, sostituita nella patria d’origine, come fonte primaria di profitti, dai complicati giochi della borsa. Un processo che assume forme grottesche negli ultimi dieci anni, fino all’esplosione della bolla immobiliare e dei sub-prime nel settembre 2008, di cui stiamo ancora raccogliendo i cocci.

Il capitalismo mondiale è ormai privo di un ordine monetario stabile. In ogni sistema economico, il denaro deve svolgere due funzioni principali: è un mezzo di scambio e di riserva di valore. Entrambe queste funzioni sono state interrotte dal precipitare del dollaro, con conseguenze di vasta portata. L’impatto sulla funzione di scambio si riflette nell’escalation dei prezzi a livello globale, soprattutto per i beni di prima necessità come cibo e carburante, portando l’inflazione in tutto il mondo – in Cina vi è un aumento terribile dei prezzi degli alimentari – e provocando un’eruzione della lotta di “classe”, come si può vedere chiaramente in Medioriente.

Allo stesso modo, la fine del dollaro come moneta di riserva mondiale si traduce nelle vendite massicce della moneta americana negli ultimi mesi: il dollaro perde terreno contro tutte le principali valute, a seguito della politica della Fed di spargere moneta a buon mercato. Non c’è da stupirsi che le autorità cinesi, che hanno in mano 1.200 miliardi investiti in titoli del debito americano, abbiano chiesto alle autorità monetarie di Washington di ricondurre sotto controllo la diffusione della moneta statunitense. Il valore delle attività finanziarie cinesi investite nei mercati degli Stati Uniti cala quotidianamente, e si avvicina il momento in cui queste perdite avranno un impatto sulla stabilità del sistema bancario cinese e sul già fragile sistema finanziario.

Le autorità cinesi continuano a chiedere l’istituzione di una nuova valuta di riserva globale, non legata direttamente agli Stati Uniti o ad una qualsiasi moneta nazionale. Ma come dimostra il destino della moneta unica europea – ora ad un passo dal disfacimento, lacerata da rivalità nazionali tra le potenze della zona euro – in questo momento non vi è alcuna prospettiva per un tale sviluppo. Un raggruppamento di valute (o una valuta “sintetica”) non è ancora in grado di sostituire il dollaro come moneta di riserva mondiale. In tal senso, i tempi non sono maturi e gli Stati Uniti difenderanno con i denti la loro prerogativa.

Non esiste un insieme di politiche economiche o di meccanismi regolatori “sicuri” in grado di risolvere l’attuale crisi. Si apre un’esperienza storica incerta che ha molti punti in comune con le condizioni generate dalla crisi degli anni ’30. A quel tempo, il mondo, fratturato in rivalità politiche ed economiche, ne uscì attraverso la guerra più distruttiva che la storia abbia conosciuto.

Il caos del sistema capitalistico e i pericoli che rappresenta per il futuro dell’umanità, la povertà di massa, la depressione e la guerra da esso generate devono essere sradicate con l’affermazione di una nuova visione del mondo ed un ribaltamento del sistema del profitto, attraverso la creazione di un sistema di solidarietà nazionale ed europea.

 

Gabriele Sabetta