Uno sguardo oltre il muro. La biblioteca in carcere; un’ oasi di evasione.

Giu 12th, 2010 | Category: Cultura

L’accesso alla cultura è un diritto  che deve essere garantito a  tutti? Quanto l’accesso alla cultura può garantire un miglioramento delle condizioni vita  in un contesto  drammatico come quello delle carceri?

La vita delle carceri  italiane è regolata da una legge nazionale (del 1975) e da un regolamento del ministero della Giustizia (del 1976) modificato nel 2000. Questa legge e questo regolamento dicono anche che in ogni carcere ci deve essere una biblioteca per i detenuti, sotto la responsabilità della direzione e del personale del carcere.

L’ iniziativa è sostenuta dall’Unesco che nel suo manifesto incoraggia la  nascita e sviluppo delle biblioteche pubbliche come utili strumenti di diffusione della cultura

Questa iniziativa mira al miglioramento delle condizioni di vita dei detenuti italiani  che in alcuni casi sono drammatiche. Sono  altrettanto tristemente note  a noi tutti  dalla cronaca le “morti da carcere” i troppi detenuti che si lasciano morire o scelgono il suicidio come unica via di fuga da  una condizione che non permette  via di uscita, che divora ogni sogno, ogni speranza. Si pensi che più dell’80 per cento dei detenuti vive in condizioni di estrema povertà per non parlare dei problemi mentali e delle dipendenze assai diffuse, il carcere troppo spesso non rappresenta un luogo di rieducazione ma un posto dove il detenuto non fa che peggiorare le proprie condizioni psichiche e sanitarie.

La lettura per molti è vita, ed obiettivo della biblioteca  essere un soffio di vita e uno spiraglio di libertà.

Lo scopo non è quello  di trasformare il carcere in un centro ludico, cosa che  i più critici  pensano,  ma  al contrario far si che il carcere si riappropri del proprio compito,  quello di rieducare, di non pensare che uscendo dal carcere  l’unico modo per tornare  alla vita è ricadere nell’illegalità,   ma portare il detenuto ad  impegnarsi per ricominciare, per  costruirsi una vita migliore partendo dalla presa di coscienza dei propri sbagli.

L’introduzione delle biblioteche in carcere è un occasione unica per i detenuti; il libro infatti diventa finestra sul mondo, libera la mente da una condizione di convivenza forzata,  supera le sbarre, permette di sognare  altri posti,  altri luoghi altri tempi,  è capace di alleviare da  una situazione di convivenza obbligata.

La biblioteca delle carceri  costituisce nuove opportunità, diventa  centro multiculturale dove i detenuti  provenienti da paesi e culture differenti   hanno occasione per comunicare e per ritrovarsi, ma soprattutto la biblioteca diventa  luogo in cui ritrovare la propria intimità, il proprio sé. Un’ oasi che permette ai detenuti di sentirsi  liberi dalla propria condizione. A sostegno di tali presupposti nel 2001 il progetto “Ali d’autore” promosso dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e la Direzione generale dei beni librari del Ministero dei Beni culturali  ha dato l’occasione ai detenuti di incontrare di persona gli autori dei libri.  Molte altre sono le iniziative che permettono a chi ancora non in questa iniziative di capire quanto la rieducazione dipenda da una presa di coscienza della propria condizione e dalla possibilità di sperare e migliorarsi, di uscire da una situazione di emarginazione psico/fisica nella quale i detenuti finiscono per abbandonarsi.

Un altro  degli obiettivi che chi crede dall’introduzione delle biblioteche tende a sottolineare è la capacità del libro di fornire “risposte” che prima si ritrovavano probabilmente solo nell’illegalità  e che invece così trova altre vie.   Il libro si pone come strumento di rieducazione efficace, perché è qualcosa la quale il detenuto percepisce attraverso una rielaborazione personale un percorso proprio.  L’iniziativa della biblioteca in carcere è   sostenuta dai molti  volontari che si occupano della gestione  e organizzazione della biblioteca e  della formazione  dei detenuti al lavoro. Ovviamente non mancano difficoltà nella realizzazione del progetto come quelli legati alla sicurezza e quindi alla necessità di un maggior numero di poliziotti penitenziari che vigilino, l’altra problematica è legata all’invio di  fondi, che  i tagli alla cultura  mettono in serie difficoltà. Un altro problema sta nella  gestione, infatti la maggior parte delle biblioteche italiane sono statali basate quindi sulle delle regole ben precise;  nel caso delle biblioteche delle carceri  appartengono ad un ente statale ma  in realtà sono” pubbliche” come stabilito dal manifesto dell’Unesco. Per non parlare della riduzione del volontariato, i detenuti spesso non hanno mai avuto un’esperienza lavorativa e devono essere formati a farlo. In più manca una figura di coordinamento come può essere quella del  “bibliotecario professionale” che conosca il dentro e il fuori e che promuova progetti e idee nuove.

 

Stefania Repola